Il Jazz di Matt Chiappin tra Hip Hop e NeoSoul

«This life, which had been the tomb of his virtue and of his honour, is but a walking shadow; a poor player, that struts and frets his hour upon the stage, and then is heard no more: it is a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing»

 

Parole forti pronunciate da William Shakespeare che mi hanno spinto a riflettere su una tematica che in un modo o nell’altro, prima o poi, arriva con la stessa energia di un’onda anomala e travolge i pensieri di ogni musicista: la ricerca del proprio sound. Argomento complesso e complicato da affrontare e da vivere, specialmente in questo periodo storico che sottopone l’individuo ad una quantità di informazioni impossibili da controllare e che spesso arrivano in maniera confusa e disordinata, quasi randomica. L’epoca del digitale ha messo a nostra disposizione una mole di materiale da studiare, guardare o ascoltare così vasta che talvolta, per un bizzarro effetto collaterale, complica, invece di semplificare, il nostro processo di ricerca. 

 

Qual è dunque la chiave per trovare il nostro stile personale facendo confluire tutte le nostre influenze in un punto comune ma senza copiare o sfociare nel famigerato “già sentito”?

Un piacevole spunto di riflessione mi è stato fornito dal giovane trombettista di Alessandria Matt Chiappin, rappresentante di una famiglia che da tre generazioni si dedica allo studio della musica e della tromba. La nostra conversazione, totalmente informale e spontanea tra le luci soffuse in pieno stile newyorkese del Mad Dog Social Club di Torino, si è aperta con queste parole: «Il Jazz dal punto di vista trombettistico dà una vasta gamma di possibilità a livello sonoro. Permette di essere molto espressivo grazie a suoni ed effetti e permette di esprimersi al 100%». Continua: «Nella mia vita il Jazz è arrivato di colpo e sono rimasto da subito affascinato dal modo in cui i grandi trombettisti del passato improvvisavano. I loro soli sembrano dei temi scritti mentre sono creati in maniera estemporanea». Parole semplici ma che arrivano dritte al punto e testimoniano che anche Matt è stato travolto dall’onda di cui sopra, trovandosi faccia a faccia con l’esigenza di scoprire quali fossero il suo spazio e la sua personalità. Stiamo parlando di un processo lungo, lento e sempre in evoluzione e le sue composizioni ne sono un’ulteriore conferma.

Partiamo dal suo primo lavoro discografico “Sleepwalker” progetto interamente scritto e arrangiato da lui, fatto di sei brani originali legati da un sound tipicamente jazz acustico con influenze derivate dalla musica Hip Hop. 

«Il fil rouge di Sleepwalker è un’idea musicale sospesa, notturna e onirica tipica di un sonnambulo, un impasto sonoro che affonda le proprie radici nell’interplay dei musicisti e che si muove su ritmiche hip hop incalzanti e a tratti ipnotiche». 

Un lavoro interessante che però non rispecchia ancora in tutto e per tutto la personalità di un compositore cresciuto e cullato dal bebop incalzante di Parker, dalla musica di Miles Davis e Chet Baker, dal funk dei Tower Of Power e dalla disco music degli Heart, Wind & Fire senza togliere spazio a quella giusta e sana dose di Rock e Metal di cui ogni giovane musicista ha bisogno per potersi definire tale. 

«La svolta è arrivata quando ho scoperto artisti come Robert Glasper, Erykah Badu, Christian Scott. Artisti che fanno Jazz ma fortemente influenzato da altri generi musicali» racconta Matt, spiegando che da lì in avanti ha sentito l’esigenza di trovare il suo suono, di modificare i suoi pezzi per renderli più crossover, arrivando ad un Jazz contaminato da Hip Hop, R&B, Trap, NeoSoul, Drum&Bass e perché no, anche una vena di industrial metal come nel brano ancora inedito “Stage Fright” che ho avuto il piacere di ascoltare live e in cui coesistono elementi derivati dai più svariati generi musicali. 

La conversazione prosegue «Nelle mie nuove composizioni la vera matrice Jazz risiede nella struttura dei brani e nel gioco tema-improvvisazione. Quello che cambia è il sound, dai groove, ai suoni di tromba, ai synth. Usiamo anche sequencer e programmi, mischiando il tutto con la nostra improvvisazione e il nostro stile». 

Da qui siamo arrivati ad una riflessione molto interessante che racchiude in sé la filosofia del giovane trombettista alessandrino: «Tutti gli artisti della scena black moderna, come Roy Hargrove, hanno studiato sui dischi di Miles Davis, Chet Baker o addirittura proprio da loro, hanno avuto la possibilità di vivere in prima persona l’uscita dei loro dischi e delle loro innovazioni. Allo stesso modo chi, come me, vuole avvicinarsi alla scena NeoSoul ha la possibilità di vivere e vedere cosa fanno gli artisti di riferimento sul momento. Robert Glasper ha fatto un nuovo album da poco e ho avuto l’opportunità di viverne l’uscita, non l’ho scoperto 30 anni dopo come Kind of Blue di Miles Davis, per esempio. Questo mi permette di scoprire, ricercare, sperimentare e vivere costantemente immerso in un ambiente fertile da cui trarre ispirazione giorno dopo giorno!» 

Passiamo ora dalle parole alle dimostrazioni. Il nuovo singolo di Matt Chiappin si intitola “Fil Rouge” e racchiude in sé tutti i punti toccati in questo breve articolo: il sound è fresco e rinnovato, il concept dietro alla musica è originale e moderno, dall’arrangiamento alle riprese realizzate in piano sequenza, “Fil Rouge” è un brano maturo ed è il nuovo biglietto da visita di Matt Chiappin. Nella speranza che questa lettura possa fornire a tutti i musicisti che viaggiano alla ricerca di se stessi uno spunto di riflessione, buona visione e buon ascolto.