La musica «in divenire» di Enrico Degani

«If you have to ask what jazz is, you’ll never know»

Così parlò Louis Armstrong quando venne interrogato su cosa fosse il Jazz e pare che non esista affermazione più corretta di questa in tal senso. Da qui trae ispirazione questo breve articolo dedicato ad un linguaggio, ad una forma d’arte che da decenni continua ad evolversi, a cavallo tra tradizione e sperimentazione.

Cosa spinge un musicista a volersi svincolare, in maniera quasi paradossale, da quegli schemi che sono stati creati proprio per facilitare la comprensione del Jazz e per dar vita ad un terreno comune su cui potersi esprimere? Un ottimo spunto di riflessione a tal proposito mi è stato fornito dall’eclettico chitarrista torinese Enrico Degani, cresciuto tra le braccia di Bach e preso successivamente in custodia dai padri fondatori della black music.

Per Enrico il Jazz è un’ideologia, un modo di pensare la musica, uno strumento per mettersi in gioco totalmente come compositore e come improvvisatore. Da qui nasce la sua ricerca di un sistema di derivazione tonale con l’utilizzo dei quarti di tono, argomento non proprio europeo attraverso il quale ha cercato di rendere possibile la fusione tra melodie di matrice orientale e armonia classica occidentale. Un esperimento ambizioso e altamente impegnativo sotto diversi punti di vista che lo ha portato a definire un sistema di scale utilizzabili sui nostri apparati armonici tradizionali.

Il tutto è racchiuso nel disco “In Between” (con Michele Rabbia alle percussioni e Diana Torto alla voce) di cui consiglio caldamente l’ascolto. Si tratta di un lavoro intrigante, innovativo e per nulla stucchevole. La raffinatezza degli arrangiamenti, la ricerca e il peso specifico che viene attribuito ad ogni singola nota sono facilmente individuabili fin dalla prima traccia del disco “Under The Old Tree”. Dalla scelta dei titoli alla composizione, la musica di Enrico Degani è un tripudio di sonorità in cui il classico si fa contaminare da elementi etnici e sfumature di derivazione orientale che avvolgono l’ascoltatore in un’atmosfera mistica, al confine tra il reale e l’onirico, tra il sacro e il profano, rendendo il contesto sonoro “In Between” tra oriente e occidente, tra un semitono e l’altro.

Altrettanto raffinato e innovativo è il processo creativo che sta alla base della musica del giovane musicista torinese, basato sulla ricerca simultanea del proprio Io e di mondi ancora inesplorati; fattore che denota la sua grande finezza intellettuale e la sua profonda sensibilità artistica, tanto emozionale quanto scientifica e razionale. La massima espressione e sintesi di questo grande esercizio filosofico si manifesta durante le sue esibizioni in solo, fondate sul concetto di «musica in divenire». Citando le parole di Enrico:

«Suonare da solo è sempre molto delicato perché sei da solo nel senso stretto del termine. Tutto quello che fai è, e tutto quello che fai non è. Non puoi non suonare e far sì che la musica esista e, allo stesso tempo, non puoi meramente suonare qualcosa per riempire il vuoto. Ogni piccolo dettaglio va costruito con attenzione, dalla scelta delle note alla gestualità del corpo».

Grazie a questo approccio il proprio Io creativo cambia di volta in volta, adattandosi al contesto, alla reazione degli ascoltatori e alle proprie emozioni estemporanee. Così facendo si reagisce a se stessi e tutto ciò che accade diventa spontaneo, sincero, necessario e per forza di cose riempie lo spazio nel miglior modo possibile.

In conclusione, siamo di fronte ad un artista che ad un primo sguardo si rivela in controtendenza rispetto a quelli che sono i canoni del jazz convenzionale, di quella musica decodificata che tende in qualche modo a veicolare l’improvvisatore tra schemi predefiniti dai quali è difficile svincolarsi. La soluzione proposta da Enrico Degani in realtà, se analizzata più minuziosamente, si trova anch’essa “In Between” in quanto non ricerca uno stravolgimento o un rinnegamento dei parametri tradizionali ma, più semplicemente, mira alla scoperta di nuovi linguaggi e nuovi criteri di espressione per dare un imprinting quanto più vero e personale possibile a quei parametri che faranno per sempre parte del suo vasto bagaglio culturale.