Gabriele Ferian

Benvenuti nel quinto capitolo della nostra rubrica dedicata ai protagonisti della nuova scena jazz contemporanea torinese. Oggi siamo in compagnia di Gabriele Ferian, talentuoso chitarrista con la passione per il gelato al pistacchio e particolari disturbi del sonno.

 

1. Quanto il tuo territorio d’origine influenza il tuo modo di fare musica? 

Il territorio in un certo senso mi ha influenzato perché ho sempre vissuto a Torino e Provincia e ho incontrato musicisti molto bravi con i quali sono diventato amico e con cui talvolta ho anche suonato. In particolare mi viene in mente Andrea Lione, chitarrista che mi ha influenzato molto; quando suono a volte penso a lui e penso che il mio modo di suonare in fondo sia stato condizionato dal suo. Stimavo molto Andrea, purtroppo è mancato alcuni anni fa ma ricordo che avevamo molte cose in comune, dagli ascolti ai musicisti di riferimento che piacevano ad entrambi.  

2. Qual è stata la scintilla che ti ha portato a voler vivere di musica?

Non c’è stato nessun episodio eclatante. È stato tutto un percorso fatto di conseguenze naturali, tra Conservatorio, Jam Session e situazioni simili; sicuramente ad un certo punto ho preso una decisione anche se in termini pratici ed economici ho sempre avuto risorse limitate. Un ruolo importante è stato giocato dalla mia famiglia che mi ha sempre incoraggiato a perseguire i miei obiettivi in ambito musicale. Finito il liceo ho dovuto decidere cosa fare e mi sono iscritto in Conservatorio. Questo è stata un po’ il punto di svolta.

Ho sempre avuto obiettivi ambiziosi, vorrei diventare il chitarrista più forte del mondo ma mi accontenterei anche di essere il secondo! Scherzi a parte mi chiedo spesso se ho fatto la scelta giusta, mi faccio molte paturnie e talvolta mi boicotto anche da solo perché vivere di musica non è semplice in questo periodo storico.

3. Cosa significa per te “improvvisazione”?

Prima di tutto è una cosa che facciamo tutti, tutti i giorni. È una cosa normale! Quando parli con gli altri improvvisi, quando ti alzi la mattina non sai chi incontrerai e che frasi dovrai formulare. A volte sbagli anche, sbagli i congiuntivi per esempio! In musica vale lo stesso principio. Personalmente cerco di mettere insieme le cose che so, cerco di lasciarmi andare e provo a seguire il flusso dei miei pensieri. È un processo in cui chiaramente si può sbagliare ma l’importante è trovare quel momento in cui sentirsi connesso con la musica e con chi ti ascolta. Inutile dire che per fare tutto ciò bisogna studiare e mettersi in gioco costantemente.