Quattro chiacchiere con Accordi Disaccordi tra Swing, Jazz, Blues e sonorità acustiche dal gusto cinematografico

Tipica giornata autunnale in un fresco giovedì sera nel centro di Torino. Giriamo l’angolo tra via San Massimo e via Maria Vittoria per poi suonare il citofono del Mad Dog Social Club. Scendiamo le scale, superiamo il bancone e ci ritroviamo avvolti dalla tipica atmosfera newyorkese del locale: luci rosse soffuse, bellissimi poster e l’immancabile insegna Mars Hotel. Stavolta però si respira anche una certa aria parigina dal momento che ad accoglierci troviamo il trio gipsy jazz più in voga d’Italia. Stiamo parlando di Alessandro Di Virgilio, Dario Berlucchi e la new entry Dario Scopesi noti col nome di Accordi Disaccordi. Attendiamo la fine del concerto per poi placcare Alessandro e scambiare qualche parola con lui. 


Partiamo dal vostro nome, chiaro riferimento al film di Woody Allen “Accordi & Disaccordi” ispirato alla vita di Django Reinhardt. Qual è il vostro rapporto con la musica di Django e in che modo influenza il vostro modo di pensare la musica?

Ovviamente inutile dire che dobbiamo tutto a Django, ma in egual misura dobbiamo lo stesso a Woody Allen. Possiamo dire che il nostro gruppo – Accordi Disaccordi – è nato grazie alla scelta che fece proprio Woody Allen circa otto anni fa quando uscì Midnight in Paris, poiché scelse un brano, non di Django ma ovviamente della tradizione tipicamente Gipsy Jazz, che si chiama Bistro Fada. Dopo aver visto questo film di Woody Allen sono impazzito, già suonavo Jazz tradizionale però non sapevo niente di Manouche, sono tornato a casa e mi sono detto «questa musica è troppo bella, voglio studiarla» … Quindi ho preso la chitarra, l’ho suonata e ho chiamato il mio amico Dario, con cui eravamo amici ma con cui non suonavamo ancora insieme, e da lì è iniziato tutto. È nato così, grazie a Woody Allen e Django, ed è per questo che suoniamo questo stile di musica. Utilizzando il nome Accordi Disaccordi un po’ vogliamo anche dire grazie a Woody Allen che ci ha permesso di realizzare questo nostro – non so come vogliamo chiamarlo – sogno, lavoro, passione, eccetera eccetera.

Sicuramente quando scrivo (Alessandro Di Virgilio è il compositore di tutte le canzoni, NdR) mi ispiro tantissimo a Django, anche se cerco sempre di deviare, di cambiare, di inserire nuove sonorità, perché mi piace l’idea di immaginare un nuovo Gipsy Jazz degli anni 2000 che permette di mettere all’interno tantissime influenze musicali diverse. In ogni caso ho sempre il puntino rivolto verso Django, perché dal momento che prendo in mano la chitarra Manouche respiro comunque la figura di Django.

 

Com’è nata la vostra passione per il Gipsy Jazz?

La nostra passione per il jazz è nata appunto dalla visione del film Midnight In Paris di Woody Allen e quindi, come ho detto già prima, quando sono tornato a casa mi sono studiato il tema di Bistro Fada, ho detto a Dario Berlucchi gli accordi da suonare, l’abbiamo iniziata a suonare e da lì ci siamo innamorati non solo della canzone in sé, ma ci siamo innamorati entrambi del sound che si veniva a creare. Da lì siamo rimasti affascinati da questa musica ed abbiamo iniziato a documentarci da dove viene, da chi viene…  Allora ho preso tutti i dischi di Django e mi sono totalmente innamorato dell’estro creativo che aveva, del modo di pensare la musica, del modo di sviluppare soli melodici in maniera incredibile. Se poi si pensa che suonava il tutto con due dita, senza sapere né leggere né scrivere, questo mi affascinava ancora di più. Ho quindi poi iniziato non solo a sentire la sua musica ma anche a studiare dei libri sulla biografia di Django, perché mi affascinava non solo la sua musica ma proprio tutta la sua figura e quindi questa quest’aria divina che lui esprimeva che si può sentire benissimo quando si va a suonare in qualche festival manouche, dove tutti suonano questo stile, e si sente proprio che crediamo tutti nella stessa religione.

 

Quali sono le vostre esperienze pregresse ed i vostri altri generi musicali di riferimento?

Ovviamente parlo un po’ per me stesso: io prima di suonare Manouche ho studiato al conservatorio Jazz di Torino, quindi suonavo Jazz tradizionale e prima ancora Blues, tanto Blues, e quindi Blues e Jazz sono stati un po’ la mia vita fino a qualche anno fa, prima di incontrare Accordi Disaccordi. Questo per quanto riguarda lo studio, mentre per quanto riguarda i generi musicali qui veramente si spazia, perché io sono appassionato di musica classica ma anche di metal, quello pesante senza problemi (ride, NdA), e mi affascinano anche i suoni di quel mondo lì, mi piace la musica elettronica, mi piacciono i classici, quindi dai Beatles ai Led Zeppelin, mi piacciono tantissimo i Radiohead, tant’è che l’ultima canzone che ho scritto – Karma – l’ho voluta un po’ dedicare a Karma Police dei Radiohead. Poi progressive anni Settanta come King Crimpson, Genesis e PFM… Sono troppi i gruppi che mi piacciono e, parlando un po’ a nome anche degli altri due ragazzi che adesso non ci sono, a loro piacciono molto anche il pop, che io ascolto poco sinceramente, non perché non lo rispetti, anzi, ci sono dischi pop molto affascinanti. So che ad esempio per Dario Berlucchi forse tra i due gruppi preferiti ci sono i Beatles e Jimi Hendrix, mentre Dario Scopesi mi dice sempre che il suo disco di riferimento è un disco di John Mayer.

Avete portato la vostra musica da Torino in diverse parti d’Europa e non solo. Di recente siete stati in Russia e in Australia: come siete riusciti ad arrivare così lontano?

Noi collaboriamo con il CIDIM (Comitato Nazionale Italiano Musica) che si occupa di esportare la cultura italiana e la musica italiana all’estero. Facciamo parte di questa organizzazione e grazie a loro veniamo selezionati da ambasciate, teatri, istituti di cultura in giro per il mondo, come Washington, Sydney, Istanbul, Atene e altre città che accolgono la nostra musica a braccia aperte, e quindi veniamo spediti un po’ come ambasciatori della musica jazz italiana. Poi ovviamente parlare di jazz riguardo noi è un po’ riduttivo perché il Jazz è una pentola troppo grande, però diciamo che spesso veniamo definiti così, quindi siamo contenti. E questo è il modo in cui partendo da Torino siamo riusciti ad arrivare lontano. Quest’anno abbiamo fatto Russia e Australia quindi veramente di chilometri ne abbiamo fatti!


Le vostre esperienze in giro per il mondo hanno in qualche modo influito sul vostro approccio alla dimensione live?

Assolutamente sì, le nostre esperienze hanno modificato tantissimo la dimensione live. Prima cosa perché suonando tanto il nostro rapporto con la musica e soprattutto con la dimensione live viene influenzato ovviamente facendo tanto tanti concerti in giro per il mondo. Forse la cosa che ho raccolto di più è quanto sia incredibile il fatto che la musica è veramente un linguaggio universale. Magari suonando solamente a Torino uno può pensare «ok, qui la mia musica viene accolta così ma chissà in Canada» e invece, sarà anche che noi suoniamo un genere strumentale, però appunto a maggior ragione, ci rendiamo conto che quando suoniamo in giro la musica è veramente sempre solo una, e quindi tutto questo ha modificato il nostro approccio alla dimensione live: ci spaventa meno, cioè le persone sono persone ovunque e quindi reagiscono in maniera abbastanza simile ovunque. Poi ci sono tanti fattori che diversificano questa tendenza, però è affascinante scoprire come il pubblico del sud-est russo possa estasiarsi, possa divertirsi, gasarsi allo stesso modo del pubblico di Collegno su un brano che noi suoniamo solitamente, questa cosa mi affascina molto. 


Di recente avete rilasciato un nuovo video. Avete in serbo delle novità a livello discografico nel breve periodo?

Prossima primavera o inizio estate, chissà, uscirà il nostro nuovo disco. Non sappiamo ancora il nome ma sappiamo che sarà, per adesso, composto da dieci brani. Tutti brani che scrivo io e che suoniamo solitamente a tutti i concerti nonostante non esista ancora questo disco. In tutti i concerti siamo soliti suonare almeno tre, quattro o cinque brani che saranno poi parte di questo disco, quindi non vediamo l’ora di registrarlo e farvelo ascoltare!


Da qualche tempo avete cambiato bassista e in molti si sono chiesti il motivo…

Sì, abbiamo cambiato bassista, ma il motivo è molto semplice: con Elia Lasorsa, con cui abbiamo suonato per anni, parlando abbiamo capito che volevamo prendere direzioni diverse, perché lui voleva dedicarsi ad altre attività (uno studio di registrazione, poi voleva investire il tempo alla ricerca di nuove sonorità con qualche nuovo trio jazz), e quindi queste due cose non riuscivano a combaciare con la mole di lavoro che abbiamo, perché noi abbiamo tantissimi concerti e abbiamo quindi bisogno di un bassista che potesse starci dietro. E quindi abbiamo deciso di chiamare Dario Scopesi, con cui ci troviamo benissimo, e la cosa più bella è che siamo tutti amici, quindi quando ad esempio non c’è Dario spesso chiamiamo Elia. Anzi, domenica andiamo a mangiarci tutti insieme una pizza (ride, NdA), quindi è una cosa molto bella questa, siamo rimasti in ottimi rapporti perché in effetti non c’era nessun motivo di litigio. Qualcuno può pensare «chissà cosa c’è dietro» ma in realtà non c’è niente di che. Ovviamente è stata una scelta che abbiamo preso insieme, perché Elia ci aveva esposto questa sua esigenza e noi gli abbiamo esposto le nostre, quindi abbiamo capito che il punto di incontro, la soluzione, era nel mollare il colpo prima che ci si incasini troppo con gli impegni, se uno non riesce a star dietro a una cosa rischia di far male sia una cosa sia l’altra per far bene entrambi le cose, quindi quella era la decisione migliore e l’abbiamo presa con tutta la serenità del mondo.


Chiudiamo parlando di accordi: se doveste immaginarvi un accordo che rappresenti il rapporto tra i membri della vostra formazione, quale sarebbe?

Il primo accordo che mi viene in mente è un accordo di amicizia, questo rappresenta il rapporto tra la vecchia formazione e la nuova formazione. Pensate che noi siamo amici con tutti i bassisti: abbiamo iniziato con un primo nostro bassista che vive a Londra, con cui continuiamo a chattare nelle varie chat di WhatsApp, con mille foto, video e aggiornamenti, messaggi vocali, di tutto, proprio perché c’è un rapporto di amicizia che ci lega tutti quanti. Quindi questo, non so se sia la risposta alla domanda, perché non so se l’amicizia possa essere considerato un accordo perché non è che uno lo decide a tavolino, però ecco, se dovessimo decidere qualcosa immaginandoci un accordo, riuniti intorno a una tavola rotonda, mi piacerebbe pensare che l’accordo di amicizia tra tutti sia la cosa più giusta e più figa che ci sia tra di noi.